IL SECOLO DELLE FABBRICHE

L'indice del libro

GLI ANTEFATTI

L’economia della Valle a inizio Ottocento

Miniere e siderurgiia della Valle

Tessitura a domicilio, conciatori e calzolai

Sviluppo e decadenza delle seterie in Valle

NASCITA E APOGEO DELL'INDUSTRIA IN VALLE

La nascita dell’industria in Val Sangone

L’industria cotoniera dal 1845 al secondo dopoguerra

Gli iutifici dal 1884 al secondo dopoguerra

Cartiere dal 1831 al secondo dopoguerra

Piccole aziende, molte attività

Le aziende ‘minori’

Condizione operaia e lotte sociali e politiche a inizio Novecento

IL TRAMONTO DELL'INDUSTRIA E LA NUOVA ECONOMIA DELLA VALLE

L’abbandono della iuta e la chiusura degli iutifici

Crisi del cotone e chiusura della Manifattura di Giaveno

La crisi della Cartiera di Coazze

Dalla Valle dell’industria a quella dei servizi

LE PROCCUPAZIONI DEL SINDACO

I disastri della guerra

È il settembre del 1801. Da pochi mesi il Piemonte è stato dichiarato Regione militare francese, in attesa dell’annessione alla Francia, che arriverà l’anno successivo. Il Sindaco (meglio sarebbe dire, il Maire) di Giaveno, Simplicio Fasella, invia al nuovo Prefetto una relazione sulla situazione del Comune. In essa lamenta la grave e perdurante situazione di crisi che penalizza la Valle, e manifesta la preoccupazione che i danni provocati dalle guerre appena terminate, gli alti prezzi dei generi di prima necessità, il declinare delle attività commerciali, la scarsità dei raccolti, l’impoverimento della popolazione favoriscano “gli inimici della rivoluzione”, offrendo loro argomenti per convincere il popolo “che la povertà che ora l’opprime non è ripetibile da altro che dalla rivoluzione stessa, dagli estremi aggravi che si impongono dai Francesi, e dallo sdegno del Cielo che mal soffre il cambiamento delle cose”. […]

Un territorio a economia mista

Sebbene l’agricoltura giavenese nel corso degli ultimi anni fosse migliorata – scrive Fasella nella sua relazione – essa poteva soddisfare, con la sua produzione di frumento, frutta, patate e castagne, soltanto un quarto dei fabbisogni alimentari dei giavenesi.

La valutazione del Sindaco è forse eccessivamente pessimista. Fonti successive riferiscono che i prodotti dei campi e dei boschi riuscivano a sfamare la metà circa della popolazione di Giaveno  […].

In ogni caso, è certo che nei primi anni del XIX secolo una parte importante del fabbisogno alimentare della Valle doveva essere soddisfatto attraverso l’’importazione’ di prodotti agricoli da altre zone del Piemonte. E ciò comportava la necessità, da parte della popolazione, di dedicarsi ad altre attività – commerciali o ‘industriali’ – che compensassero i limiti del sistema agricolo locale producendo beni che potessero essere ceduti in cambio di alimenti.  […]

La crisi delle 'industrie' di Valle

Nel 1801, le attività ‘industriali’ della Valle devono però fare i conti con la grave crisi indotta dalle vicende politiche e militari dell’ultimo decennio. “Parecchi degli edifizi suddetti – scrive il Sindaco, riferendosi alle “ruote giranti” presenti a Giaveno – sono presentemente oziosi”. Alcuni mulini – sostiene sempre Fasella – sono inattivi a causa del loro numero eccessivo, ma le difficoltà riguardano anche le filature della seta, le fucine e le concerie. E se per queste ultime il Sindaco pone l’accento sugli effetti negativi della politica di calmieramento dei prezzi condotta dal precedente governo, nel caso delle fucine non può far altro che attribuirne le difficoltà alla “comune povertà”. È tuttavia ragionevole pensare che, oltre alle ragioni indicate dal Sindaco, le concerie e le fucine della Valle risentissero, dopo l’annessione alla Francia, dell’interruzione delle commesse militari prima assicurate dal governo sabaudo. […]

I due pilastri dell'economia della Valle

Sia le informazioni contenute nella relazione del sindaco Fasella, sia quelle raccolte nella “Statistica delle Arti e delle Manifatture” del 1822, danno l’immagine di un’economia di Valle nella quale, accanto alle attività agricole, forestali e pastorali, sono molto diffuse quelle manifatturiere. Una convivenza che, sebbene sia presente in tutti gli ambienti economici di carattere preindustriale, ha per la Val Sangone un significato non comune a causa del peso in essa esercitato dalle attività manifatturiere. Queste ultime, già al temine del XVIII secolo, appaiono molto più ampie di quanto fosse richiesto per il soddisfacimento dei bisogni locali. È dunque evidente che avessero assunto nel tempo una dimensione che andava ben oltre i confini della Valle, sia per i mercati ai quali si rivolgevano che per la quantità dei beni prodotti

A causa di ciò, già a inizio Ottocento il tessuto economico della Valle poggiava le proprie fondamenta su due ‘pilastri’: accanto alle attività agricole, orientate ai bisogni locali – ma non in grado di soddisfarli a pieno – erano cresciute e avevano col tempo acquistato peso alcune altre produzioni, rivolte a un mercato più ampio, riguardanti l’estrazione e la lavorazione del ferro, la filatura e la tessitura, la concia delle pelli. […]

BOSCHI, CARBONE E FERRO

La lunga storia della siderurgia in Valle

La prima notizia certa sull’esistenza di una fucina risale al 1430, quando è attestata la cessione in affitto ai fratelli Giorgio e Antoniotto Calcagno, residenti a Giaveno, di un edificio da destinarsi alla lavorazione del ferro da parte di un esponente dei baroni di Refort, parenti di Giovanni di Refort, abate della Sacra di san Michele. Ma l’attività estrattiva e quella siderurgica dovevano già allora essere diffusamente praticate , visto che pochi anni dopo la cessione dell’officina ai Calcagno, nel 1454, i rinnovati Statuti del Comune di Giaveno proibivano a chicchessia di realizzare delle carbonaie senza una specifica autorizzazione da parte delle autorità comunali.

Occorre infatti tenere presente che le tecnologie allora impiegate per la fusione e la lavorazione del ferro richiedevano l’uso del carbone di legna, e che questo era prodotto attraverso la ‘cottura’ – più propriamente, la distillazione – del legname all’interno delle carbonaie. […]

I sentieri del ferro

Fin dal XV secolo la fornitura alle fucine giavenesi del minerale di ferro loro occorrente era assicurata grazie allo sfruttamento dei giacimenti di ematite a scaglie presenti sul versante meridionale dell’alta Valle, in un’area compresa tra il Colle della Maina, la punta Sarasina e il monte Bocciarda. Seguendo il vallone del rio Meinardo il materiale veniva trasportato nei pressi della borgata Ferria, dove era sottoposto a una prima cernita, condotta prevalentemente da donne e fanciulli, allo scopo di eliminare il materiale non ferroso in esso presente. Da Ferria, il minerale così selezionato era trasferito, con le bestie da soma ricoverate nella stazione di posta di Boveria, attraverso Ponte Pietra, fino alle fucine di Giaveno (due toponimi, quelli delle borgate Ferria e Boveria, che ancora oggi ricordano le attività che in esse erano anticamente praticate). […]

Il ferro per le bombarde del Duca

Ci sono informazioni che comprovano come il ferro prodotto dalle fucine della Valle fosse largamente impiegato per soddisfare le esigenze militari del ducato e, più tardi, del regno. È del 1600 la notizia del pagamento di 1.650 fiorini da parte dell’amministrazione del duca Carlo Emanuele I per una fornitura di ferro proveniente da Giaveno. Nel 1659, la stessa amministrazione corrisponde a Bartolomeo Valetti di Giaveno la somma di 9.142 lire quale compenso per la fornitura di 4.000 rubi (37 tonnellate circa) di palle d’artiglieria. […].

Pare altresì accertato che la collaborazione tra le fucine giavenesi e l’arsenale del Duca non si limitasse alla sola fornitura del materiale. Il castellano di Avigliana ci informa che nel 1430, in occasione della fusione di cento nuove bombarde, s’erano dovuti trasferire per ben due volte, da Giaveno all’arsenale di Torino, dei grandi mantici. Una notizia che testimonia dello stato avanzato delle tecnologie allora impiegate in Valle. […]

Nascita della siderurgia moderna a declino delle fucine della Val Sangone

[…] Confinate nella loro dimensione artigianale e ferme all’uso di tecnologie tradizionali, le fucine della Val Sangone seguono, accentuandone gli aspetti recessivi, la parabola della siderurgia piemontese. Una pianta catastale di Giaveno del 1905 indica l’esistenza di due soli edifici destinati rispettivamente a fonderia di ghisa (Battaglia) e a fucina (Giai-Via). […]

In ogni caso, è certo che nell’ultima parte dell’Ottocento le fucine giavenesi riducono progressivamente la loro attività, fino a diventare marginali nell’economia della Valle. I “fuochi” che per secoli avevano provveduto alle artiglierie del duca, uno dopo l’altro, si spengono. E ciò avviene, per una sorta di paradosso della storia, proprio quando la Valle si appresta a diventare un importante centro manifatturiero. […]

TESSITORI E CONCIATORI

Un telaio in ogni casa

Per molti secoli, accanto alla lavorazione del ferro, è fiorita in Valle una seconda attività ‘industriale’, riguardante la filatura e la tessitura della canapa e, marginalmente, di altre fibre.

Anche in questo caso non possiamo contare su dati antecedenti il ‘censimento’ del 1736. Sappiamo tuttavia che all’epoca di questa prima rilevazione la lavorazione della canapa era diffusa da molto tempo. Nella sua Cronistoria Claretta ricorda come, sin dal quindicesimo secolo, si fossero avviate a Giaveno alcune “fabbriche e tintorie di panni”, e Luigi De Bartolomeis, nelle Notizie topografiche e statistiche sugli Stati Sardi del 1843, descrive Giaveno come un “grosso borgo altre volte assai florido pel suo commercio in tele e cuoi, rinomato per le sue officine … le quali vi avevano sede in altri tempi quando cioè il distretto forniva le tele ed i panni per le truppe annoverandosi allora più di 300 filatoi“. […]

La vittoria della canapa

[…]

Il Comune entra in campo

Mentre l’industria domestica della canapa si avvia lungo la strada dell’espansione, il Comune di Giaveno avvia iniziative per rafforzare l’economia locale attraverso l’apertura di manifatture e tintorie di panni. È del 1492 la convenzione con due ‘mastri’ tessitori – Martino Bellenda da None e Giovanni Tauri (o Taurina) da Bruino – che li impegna a stabilirsi a Giaveno e a esercitare la loro arte per non meno di dodici anni. In cambio, il Comune dà loro un’abitazione adeguata e le grandi attrezzature occorrenti per lavorare. […]

La prima tintoria di panni è introdotta a Giaveno nel 1502, grazie ad Antonio Ramma (o Maza), emigrato da Andorno, un centro poco lontano da Biella, al quale il Comune concede per quattro anni l’uso di una casa del comune in Ruata Ollasio da utilizzarsi per svolgere attività di lavanderia e tintoria. Tre anni dopo, anche l’aviglianese Claudio Rouget di Bellay, in società con alcuni giavenesi, ottiene l’uso della casa comunale per aprire un opificio di tintoria di panni e lane. […]

Le scuole del signor Duca

[…]

Apogeo e decadenza della tessitura domestica in Valle

[…] Nel corso dell’ultimo trentennio dell’Ottocento, la rapida e massiccia espansione dell’industria cotoniera è accompagnata, anche in Val Sangone, dal definitivo declino della tessitura domestica. Gli Annali di Statistica del 1889, nella parte dedicata all’industria in provincia di Torino, indicano l’esistenza, a Coazze, di 250 telai domestici […]. In occasione della successiva rilevazione del 1892, i telai coazzesi sono ridotti a 122.

Nei primi decenni del Novecento l’attività di tessitura a domicilio si ferma del tutto. In una relazione sul fenomeno dello spopolamento montano, redatta dall’Istituto Nazionale di Economia Agraria nel 1932, si scrive che “la manifattura casalinga di panni, un tempo prospera specie nella Valle del Sangone, è ora del tutto spenta: rare reliquie, alcuni vecchi lavorano ancora al telaio”. […]

Da mercanti inprenditori a industriali

[…]

Conciatori e calzolai

[…]

L'ETA' DELLA SETA

L'alleanza coi Lionesi

[…]

La seta in Valle

[…] Nel 1782 le manifatture di seta presenti a Giaveno sono nove, con una dotazione di oltre 200 fornelli. Le più importanti sono quelle di Carlo Sclopis, gestita da Zappata e dotata di 84 fornelletti; di Chiavenale (con 57 fornelletti); dei fratelli Giacinto e Fedele Roffi (24 fornelletti); dei notai Carlo e Francesco De Cruce (13 fornelletti); di Giacomo Prever (12 fornelletti); di Giovanni Antonio Padovano e Sebastiano Franco (8 fornelletti).

Si tratta di opifici che seguono un ciclo stagionale di lavoro, essendo attivi soltanto nei mesi estivi, quando si esegue la trattura. Ciò rende molto difficile la stima del numero dei lavoratori impiegati. […]

La nascita della manifattura

[…]

Il filo si spezza

[…] Con la guerra iniziata nel 1792 tra la Prima Coalizione e la giovane Repubblica Francese il flusso di fornitura di seta grezza tra il Piemonte e il Lionese si riduce drasticamente, fino a interrompersi quasi del tutto. Pochi anni dopo il Piemonte è annesso alla Francia, ma il blocco continentale strangola le seterie lionesi, che devono rinunciare all’esportazione dei loro prodotti verso alcuni dei più importanti mercati internazionali.

[…] Passata la bufera delle guerre napoleoniche e riaffermata la vecchia geografia politica del Continente, l’attività serica piemontese riprende la via della crescita, che raggiunge il suo apice intorno alla metà del secolo.

[…] Se l’industria della seta piemontese, dopo la brutta esperienza del periodo napoleonico, trova la forza di riprendersi e riconquistare il primo posto tra le attività manifatturiere della regione, le aziende della Val Sangone sembrano invece imboccare la strada del declino. […] L’incapacità – o l’impossibilità – di andare oltre le tradizionali attività di produzione di seta grezza e introdurre fasi più ‘avanzate’ di lavorazione, come quelle della torcitura e della tessitura, sembra essere il principale fattore di debolezza delle seterie della Valle. Una debolezza che impedisce loro di agganciare l’andamento positivo della prima parte dell’Ottocento e le condanna a una lenta ma inevitabile estinzione. […]

IL GRANDE CAMBIAMENTO

Il 'balzo in avanti' della seconda metà dell'Ottocento

[…] Nel novembre 1908 la Giunta municipale di Giaveno chiede che sia aperta in paese una stazione di Carabinieri, e tra le ragioni portate a sostegno di questa richiesta include il fatto che “il numero dei suoi [di Giaveno] stabilimenti industriali è rilevantissimo, circa una ventina, che danno lavoro ad una gran massa di operai”. Nello stesso periodo, in alcuni verbali del Consiglio comunale e della stessa Giunta si dà una misura più precisa della presenza operaia, indicando in circa 5.000 le persone in tale condizione.

È però una valutazione che supera largamente la realtà. Il Censimento industriale del 1911 attesta che le industrie presenti nei comuni di Coazze, Giaveno e Valgioie occupano complessivamente, in quell’anno, 2.202 persone, comprendendo in esse anche quelle impegnate in attività estrattive, edili e di servizio (acqua, gas, trasporti, ecc.). Gli addetti alle sole industrie manifatturiere sono 2.018, e, di questi, poco meno di tre quarti (1.450) lavorano presso imprese tessili.

Ciò nonostante, anche se molto inferiori a quelli indicati dagli amministratori locali, i dati del censimento consentono di includere la Val Sangone tra i maggiori poli tessili piemontesi dell’epoca, almeno per quanto riguarda il numero degli occupati in rapporto alla popolazione. E mostrano come la Valle fosse ormai ‘allineata’ con i territori di più consolidata tradizione manifatturiera. […]

Una valle in corsa per l'industrializzazione

[…] Disponibilità di forza lavoro a basso costo, presenza di competenze diffuse, accesso a fonti di energia, vicinanza a un importante nodo di comunicazioni: sono dunque queste le ‘carte’ che la Val Sangone ha potuto spendere per partecipare al processo d’industrializzazione […]. ‘Carte’ decisive, in assenza delle quali la grande trasformazione difficilmente si sarebbe potuta compiere, ma che non sarebbero state sufficienti se a esse non si fossero aggiunte due altre condizioni: la disponibilità di capitali e la propensione a investirli in attività industriali. […]

Sappiamo che alcuni degli imprenditori che hanno avviato le manifatture di Giaveno e Coazze non erano originari della Valle, e che il denaro da essi investito era il frutto di accumulazioni condotte all’infuori di essa. […]. Ma sappiamo anche che accanto agli industriali ‘stranieri’ hanno operato con successo alcuni imprenditori locali. Anche la Valle ha dato il suo contributo, in termini di capitali e ‘spirito imprenditoriale’, all’avvio dell’industrializzazione. Anche da essa sono nati uomini e donne che hanno impiantato aziende e fondato vere e proprie dinastie industriali, come quelle dei Prever, dei Moda, dei Franco. […]

Vecchie élite e nuovi industriali

[…]

Da contadine a operaie: il lavoro nelle industrie

[…] Un contributo decisivo all’industrializzazione della Valle è venuto dalle migliaia di uomini e donne che per decenni hanno prestato la loro opera nei cotonifici, negli iutifici e nelle cartiere di Giaveno e Coazze. Senza di loro nulla sarebbe stato possibile. Senza il loro lavoro i capitali investiti sarebbero rimasti infruttuosi, gli stabilimenti sarebbero rimasti in silenzio e i grandi impianti, costruiti sulla base delle più avanzate tecnologie dell’epoca, sarebbero arrugginiti senza produrre alcunché.

Sono uomini e donne dei quali non rimane che qualche immagine sbiadita, qualche raro documento. Le testimonianze sono pochissime, anche perché molti di loro non sapevano scrivere o erano troppo impegnati e affaticati per trovare la volontà di farlo. Nella maggior parte dei casi, volti e nomi ci sono sconosciuti. Sappiamo però che nelle industrie della Valle lavoravano moltissime donne, e che tra queste erano prevalenti le giovani e le giovanissime. A inizio Novecento, le persone occupate nei due cotonifici valsangonesi erano 560: di queste, 444 (quasi l’80 per cento) erano donne e 53 non avevano ancora compiuto quindici anni. Tredici anni prima – quando ancora non era stato avviato lo stabilimento di Coazze – gli iutifici potevano contare su un organico di 331 addetti: le donne erano 285. […]

Un mondo nuovo

[…] L’industrializzazione porta a cambiamenti radicali che investono non soltanto la struttura economica della Valle. L’arrivo delle grandi industrie cambia l’ambiente naturale. La costruzione di nuove strade e nuovi canali modifica la viabilità e l’orografia locale. Al profilo delle montagne si aggiungono quelli dei capannoni e delle ciminiere. Si avvia un’opera di antropizzazione che proseguirà fino ad oggi, compromettendo, in misura crescente, soprattutto le aree pianeggianti del fondovalle.

[… ] Ma i cambiamenti forse più importanti sono quelli che riguardano la dimensione sociale. Con l’avvento delle grandi manifatture, migliaia di valligiani – per lo più giovani donne – escono dall’ambito familiare e dalle piccole comunità nelle quali sono abituati a vivere per affrontare e scoprire una dimensione sociale nuova: quella della fabbrica. Con essa si affermano nuovi modi di lavorare e nuove abitudini. […]

L’industria innesca così un processo di trasformazione che avrebbe portato non soltanto al superamento dei vecchi sistemi di produzione, ma anche alla frantumazione della vecchia cultura di Valle e all’affermazione di nuovi modelli familiari, nuove strutture sociali, nuovi sistemi normativi, nuovi spazi di solidarietà e nuove aree di conflitto.

LE FABBRICHE DEL COTONE

Il cotone in Valle

[…]

I Rolla e la nascita della prima grande manifattura

[…] Fa così la sua comparsa per la prima volta una famiglia destinata a lasciare un segno duraturo nelle vicende della Valle, alla quale darà tre generazioni d’imprenditori e due protagonisti di primo piano della sua storia religiosa, sociale, e politica: i canonici Bartolomeo e Pio.

I Rolla che s’installano a Giaveno provengono da una famiglia genovese già affermata in ambito cotoniero. […] In Val Sangone, nel 1858, a occuparsi della filanda appena acquistata, arriva uno dei figli di Francesco, Costantino, che fa costruire un nuovo corpo di fabbrica e scavare un canale lungo oltre un chilometro per assicurare allo stabilimento un’adeguata quantità di energia idraulica. Poco dopo arriva in Valle un altro Rolla, Bartolomeo, chiamato a occuparsi del cotonificio dopo la morte di Costantino. […]

Lo stabilimento di Coazze

[…] Nel corso dell’ultimo decennio dell’Ottocento la Rolla Giuseppe cresce ulteriormente grazie alla costruzione a Coazze, in regione Savoia, di uno stabilimento dedicato alla tessitura, dove trovano posto 150 telai meccanici e 220 operai, che scenderanno a 189 nel 1911. L’avvio del nuovo stabilimento è coerente con una strategia diffusamente adottata dalle più importanti aziende cotoniere piemontesi, che tende a conciliare elevati tassi di specializzazione con forme d’integrazione ‘verticale’ del processo di lavorazione. L’obiettivo è quello d’incrementare il grado di efficienza delle singole lavorazioni e, nello stesso tempo, perseguire le economie che possono essere ottenute accorpando nella stessa impresa le fasi di filatura e tessitura. […]

Una difficile lotta

[…]

La rapida ascesa dei cotonifici piemontesi

[…]

Le grandi 'dinastie' del cotone

[…]

La Società Anonima Cotonificio Rolla

[…] Il cotonificio valsangonese è nello stesso tempo soggetto attivo e oggetto del grande processo di riorganizzazione societaria e finanziaria che investe il comparto cotoniero piemontese. Nei primi mesi del 1905 cambia il suo assetto societario: diventa Cotonificio Rolla ed è costituito in società anonima dotata di un capitale sociale di tre milioni di lire (equivalenti a circa 13 milioni di euro attuali), suddiviso in 12.000 azioni del valore di 250 lire ciascuna. Nello stesso anno, la nuova società acquisisce l’immobile dell’ex Lanificio Sella di Collegno per impiantarvi un nuovo impianto di filatura. La SA Cotonificio Rolla può dunque contare su tre stabilimenti: la filatura di Giaveno, la tessitura di Coazze e l’erigenda filatura di Collegno. L’obiettivo è dotare l’azienda di 40.000 fusi, facendone il secondo produttore piemontese di filati, superato soltanto per dimensione dalla Manifattura di Cuorgnè. […]

Gli anni difficili e la Prima Guerra Mondiale

Il 1909 è un anno infausto non soltanto per il Cotonificio Rolla, ma anche per molte altre aziende cotoniere nate – o trasformate in Società anonime – nel corso dei primi anni del nuovo secolo.

[…] Ciò porta il cotonificio valsangonese a imboccare la strada dell’indebitamento crescente, che ha termine soltanto nel 1913, quando, con due successive decisioni dei soci, il capitale sociale è ridotto, prima a 1,5 milioni, poi a 750 mila lire. In quattro anni, il Rolla ha ‘bruciato’ 2.250 mila lire, equivalenti a circa 8,9 milioni di euro attuali. L’anno successivo il cotonificio è rifinanziato con 1,5 milioni di lire, che riportano il capitale sociale a 2,25 milioni. L’arrivo di nuovi capitali è però accompagnato dal cambiamento dei vecchi assetti societari, schiudendo a Robert De Fernex la via per l’acquisizione della carica di presidente, in sostituzione di Cipriano Poma. Un cambiamento che sembra testimoniare il rafforzamento, nella proprietà dell’azienda, della ‘componente’ bancaria di cui De Fernex è espressione, a scapito di quella industriale, e che influirà sulle strategie future del gruppo. Per intanto, la ricapitalizzazione ha effetti positivi sui conti sull’azienda, che nel 1914 torna a distribuire dividenti nella misura del 5,5 per cento del valore delle azioni.

Il definitivo superamento della crisi che attanaglia le aziende cotoniere si ha però soltanto nel 1915, con l’arrivo delle commesse militari, che rappresentano un poderoso volano per l’ulteriore crescita dell’industria piemontese. […]

La crisi del dopoguerra e l'inglobamento nella Manifattura Dora

Il 1919 e il 1920 sono anni neri per l’economia. […] In questo quadro di difficoltà, il Cotonificio Rolla perde il suo presidente, Robert De Fernex, che muore nel febbraio del 1919. L’anno successivo l’azienda cambia ancora nome: diventa Manifatture Subalpine, sotto la presidenza di Rodolfo De Planta, presidente della Manifattura di Caluso e amministratore della Manifattura di Cuorgnè.

[…] Nel marzo 1925, le Manifatture Subalpine sono assorbite dalla Manifattura Dora, controllata, come le prime, dalla famiglia De Planta. Con l’inglobamento delle Subalpine, la Manifattura Dora raggiunge un capitale sociale di otto milioni, subito elevato a quattordici (circa 11,5 milioni di euro attuali). Nello stesso anno acquisisce il Cotonificio di Caluso, fondato nel 1884 da Johannes Buchi. Il nuovo gruppo può dunque contare su cinque stabilimenti – a Caluso, Coazze, Collegno, Giaveno e Torino – e 2.500 addetti circa. Numeri che lo collocano tra i protagonisti di primo piano dell’industria cotoniera piemontese.

Passata la breve fase di ‘rinascita’, il nuovo gruppo deve però fare i conti con alcuni ostacoli che lo porteranno, nell’arco di un decennio, alla chiusura. […]

Il passaggio alla Ceat e la nascita della Manifattura di Giaveno

Proprio nel 1936 lo stabilimento giavenese passa infatti alla Ceat, la grande azienda torinese fondata nel 1925 da Virginio Tedeschi, attiva nel campo della produzione di cavi elettrici. Ceat, che già possiede la Società Anonima Filati Lucidi, è interessata ad ampliare la sua presenza nel tessile, anche per esercitare un controllo diretto sulla produzione dei filati impiegati per la fabbricazione dei cavi. Acquisisce quindi lo stabilimento giavenese della Manifattura Dora e, unendolo alla Filati Lucidi, dà vita alla Manifattura di Giaveno.

Ma il cambio di proprietà non è sufficiente per tenere l’opificio giavenese al riparo dalla nuova grande bufera che si sta abbattendo sul comparto cotoniero. Nella primavera del 1936 […] Mussolini avvia la politica autarchica, volta a limitare drasticamente le importazioni. Per l’industria tessile, che importa la quasi totalità delle materie prime, le conseguenze sono gravissime. La carenza di cotone grezzo si fa via via più marcata. Le aziende tentano di sopperirvi incrementando la produzione e l’impiego di fibre artificiali e fibre naturali alternative al cotone, ma i risultati non sono positivi. I nuovi tessuti autarchici sono per lo più di qualità scadente e la loro domanda da parte dei potenziali acquirenti non decolla. […]

LA VALLE DELLA IUTA

Dalla canapa alla iuta

[…]

L'impero dei Prever

[…] Nel 1884, Luigi e Francesco Prever separano le loro attività industriali e passano alla lavorazione della iuta. Francesco mantiene la conduzione dello stabilimento di Ruata Sangone, che nel 1887 può contare su 60 telai meccanici e 46 operai. Nello stesso anno Luigi ha già avviato due altri opifici: il primo a Coazze, con 40 telai meccanici e 53 operai; il secondo a Pinerolo, con altrettanti telai e 125 operai. Producono entrambi tela per sacchi realizzata con iuta indiana e destinata al mercato italiano.

Ma l’esperienza imprenditoriale dei due fratelli, condotta in un primo tempo congiuntamente e poi su vie parallele, è destinata a imboccare percorsi diversi. Nei primi anni del nuovo secolo, Francesco amplia considerevolmente il suo ‘impero’. […] Il fratello Luigi abbandona invece l’attività industriale. Nel 1888 cede lo stabilimento di Pinerolo e, pochi anni dopo, anche quello in Val Sangone. Ritiratosi nella sua villa di Coazze, s’interessa alla politica locale. […]

Una donna imprenditrice

Alcuni anni dopo l’avvio dello stabilimento dai fratelli Prever in Ruata Sangone, un’altra famiglia giavenese – quella dei Moda – fa il suo ingresso nel mondo dell’industria. Ne è protagonista la prima donna imprenditrice della Valle – Efisia Moda Fontana – che costruisce nel 1881, sulla riva destra dell’Ollasio, un opificio per la lavorazione della canapa. […]

Pochi anni dopo, il figlio di Efisia – Alfredo – amplia l’opificio e lo adatta alla lavorazione della iuta, che offre maggiori possibilità di profitto. Nel 1887, lo iutificio è dotato di 408 fusi, 20 telai meccanici, due caldaie a vapore e una turbina idraulica. Dà lavoro a 32 persone. Nel 1890, lo stesso Alfredo rileva lo iutificio di Coazze e lo potenzia fino ad arrivare, a fine secolo, a una dotazione di 1.336 fusi e 118 telai. Nello stesso tempo, accresce le capacità produttive dello stabilimento giavenese, aumentando il numero dei fusi, che passano da 408 a 568, e dei telai, che crescono da 20 a 36. […]

L'arrivo di De Fernex

Fa così ingresso nella ‘Valle della iuta’ un terzo protagonista: quel Robert De Fernex, socio della banca omonima, che abbiamo già incontrato come membro del Consiglio di amministrazione del Cotonificio Rolla. […]

L’arrivo del nuovo proprietario non è però sufficiente per rilanciare lo stabilimento di Coazze, che continua ad accumulare passività fino a quando Robert De Fernex chiama a dirigerlo Giuseppe Maria Venco, un giovane appena uscito dal Regio Museo Industriale di Torino, antesignano del Politecnico. L’opera di risanamento non è facile ma Venco non si scoraggia. […] Il 1910 è l’anno della svolta e i conti dello Iutificio De Fernex tornano in attivo.

La Valle della iuta

Nel 1911 la ‘Valle della iuta’ ha ormai raggiunto una configurazione stabile, che non cambierà, salvo pochi aggiustamenti marginali, nel corso del cinquantennio successivo. Sono attivi tre nuclei imprenditoriali – quelli dei Prever, dei Moda e di De Fernex – e cinque stabilimenti, che si ridurranno a quattro dopo la chiusura dell’opificio Prever di Ruata Sangone. Occupano complessivamente circa 850 addetti, pari al 42 per cento dei lavoratori dell’industria manifatturiera della Valle e al 59 per cento di quelli tessili. […]

Gli anni immediatamente successivi alla Grande Guerra sono difficili. Ciò nonostante, la ‘Valle della iuta’ tiene. […] Nel 1920, gli stabilimenti Prever, con 2.788 fusi e 159 telai, impiegano 500 operai che lavorano su tre turni; lo Iutificio Moda ha 408 fusi attivi, 34 telai e 100 dipendenti, anch’essi impegnati a ciclo continuo; al De Fernex di Coazze lavorano 330 operai. Intanto, sempre a Coazze, è tornato Giuseppe Venco, che ha nuovamente assunto la direzione dello iutificio. […]

Un'eredità contrastata

[…]

Gli anni Trenta

Anche la grande crisi del 1929 non pare avere conseguenze di rilievo sulle manifatture locali della iuta, che intorno alla metà degli anni Trenta mantengono, in termini assoluti, il loro peso occupazionale in Valle. Nel 1934 lo Iutificio Prever occupa 434 operai, mentre in quello di Alfredo Moda lavorano 84 persone.

Un anno dopo, a causa dell’aggressione all’Etiopia, arrivano però le sanzioni della Società delle Nazioni che limitano le esportazioni italiane, seguite, l’anno successivo, dall’avvio della politica autarchica. Quest’ultima rende difficile l’approvvigionamento di iuta, ma le industrie della Valle, ancora una volta, non sembrano risentirne in misura marcata. Nel 1936 lo Iutificio Prever ha 463 dipendenti e il Moda 92. Nello stesso anno, il De Fernex di Coazze impiega 482 lavoratori. […]

Una lite tra vicini

[…]

La guerra

[…] Con l’entrata dell’Italia in guerra, nel giugno 1940, aumentano le difficoltà di approvvigionamento della iuta. Negli anni successivi, le forniture si riducono sempre più, fino a fermarsi quasi del tutto negli ultimi venti mesi del conflitto, dal settembre 1943 all’aprile 1945 […].

Negli ultimi mesi del 1940, al problema dell’approvvigionamento di materie prime si aggiunge quello del calo della domanda di manufatti. […] Il 23 settembre 1940 il De Fernex comunica alla Confederazione fascista degli industriali che, una volta terminata l’ultima commessa assegnatagli, dovrà fermare gli impianti. […] A dicembre 1945, il Sindaco di Coazze comunica all’Ispettorato industria e lavoro di Torino che i dipendenti dello iutificio risultano essere 240, anche se coloro che effettivamente vi lavorano sono soltanto 100. La ricostruzione è però abbastanza rapida e nel 1951 i lavoratori impiegati sono già saliti a 233.

Più faticoso è il riavvio degli iutifici giavenesi. Il Moda, dopo la chiusura, riprende la produzione con un numero ridotto di addetti […]. Più difficile ancora è la situazione del Prever, che esce dal conflitto con un organico di soli 37 addetti e andrà incontro a una fase di crisi irreversibile. La ‘Valle della iuta’ sta entrando nell’ultimo tratto della sua storia.

LA CARTA

La carta, antica tradizione della Valle

[…]

Le fabbriche dei Franco

Non sappiamo purtroppo dove fossero le ‘fabbriche’ di Alemandi. Abbiamo però la certezza che in Val Sangone, a inizio Ottocento, era già operativa almeno una cartiera. Nella sua relazione sulla situazione del Comune di Giaveno, il sindaco Fasella cita in modo generico la presenza di cartiere. In modo più preciso, la Statistica delle Arti e delle Manifatture del 1822 annovera tra le attività produttive della Valle una ‘fabbrica’ di carta posseduta da Sebastiano Franco e diretta da suo figlio Camillo, aggiungendo che tale ‘fabbrica’ produce ogni anno 350 risme di carta fine, 200 risme di semifine, 3.000 risme di carta ordinaria e 3.000 di grossolana.

[…] I figli di Sebastiano Franco, Giovanni Battista e Camillo seguono le orme del padre e ampliano l’impresa di famiglia.  Nel 1839 Giovanni Battista fonda una nuova cartiera lungo la strada che da Giaveno conduce a Cumiana e installa in essa un impianto continuo per quei tempi molto avanzato, che consente di essiccare rapidamente la carta, senza soluzione di continuità tra le fasi di pressatura e quelle di asciugatura. […]

Dai Franco ai Tarizzo

Nel 1886, la nuora di Giovanni Battista, rimasta vedova, cede la cartiera fondata dal suocero a Enrico Tarizzo. La Statistica Industriale pubblicata nel 1889 censisce a Giaveno tre impianti per la produzione di carta: la Cartiera Tarizzo, con 30 dipendenti, e le due cartiere di proprietà degli eredi Franco, con 30 e 20 dipendenti. […]

Negli anni successivi alla cessione a Enrico Tarizzo della ‘fabbrica’ fondata da Giovanni Battista, la famiglia Franco esce di scena. Uno degli stabilimenti rimasti è ceduto all’ingegner Salvatico, che lo riconverte per la produzione di piastrelle in legno; il secondo – La Paprìa – è assorbito dalla Cartiera Tarizzo. La Statistica industriale del 1898 riguardante il comparto cartario, attesta la presenza a Giaveno di un’unica azienda – la Tarizzo Giuseppe e Figlio – con un organico di 48 unità. […]

Luchino Sertorio

Nel 1898 un secondo stabilimento cartario si aggiunge a quello dei Tarizzo. Girolamo Palmieri acquista a Coazze il terreno dov’era ubicato il mulino dei Conti Faletti, amplia la bealera esistente e costruisce un impianto per la sfibratura del legno e la produzione di cartone e pasta di legno. Secondo le rilevazioni dell’anno successivo, il cartonificio dà lavoro a 18 persone. Qualche anno dopo, a seguito della morte di Palmieri, l’azienda assume una nuova denominazione – Cartonificio di Coazze – incrementa la produzione di cartone e accresce il proprio organico, fino a raggiungere, nel 1911, un centinaio di addetti.

Sempre a Coazze, nel 1899, un nipote di Palmieri – Claudio Dodero – fonda, con Gerolamo Colombo, una piccola cartiera – la Dodero e C. – dotata di un capitale sociale di 150.000 lire. L’impresa non ha però successo e dopo solo tre anni è messa in liquidazione. La Dodero e C. è rilevata dalla Società Cartiera Sertorio e C. di Luchino Sertorio. Questi, nel novembre 1908, costituisce la Cartiera Subalpina Sertorio, una società anonima dotata di un capitale di 1.600.000 lire […]. Sotto la guida di Sertorio, la cartiera s’ingrandisce, gli impianti vengono raddoppiati e aumenta la produzione. Nel 1911 i dipendenti sono 135. […]

La Grande Guerra e l'arrivo di Reguzzoni

Nel 1915, anno d’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, il comparto cartario della Valle è interessato da due eventi importanti. Il primo è il grave incendio che a novembre distrugge il reparto per la preparazione della pasta e i magazzini della Cartiera Subalpina Sertorio, costringendola all’inattività per gran parte del periodo bellico. Il secondo è la cessione della cartiera di Giaveno, da parte della famiglia Tarizzo, a Rodolfo Reguzzoni […]. Terminata la guerra, la Cartiera giavenese avvia nuove produzioni. Nel 1920 occupa un centinaio di addetti e produce ogni anno circa 4.000 quintali di carta da imballaggio.

Nel 1926 Rodolfo Reguzzoni costituisce la Società Anonima Cartiere Rodolfo Reguzzoni e C. Giaveno, dotandola di un capitale sociale di 300.000 lire (equivalenti a circa 230.000 euro attuali) e inaugura il nuovo stabilimento lungo la strada che collega Giaveno con Cumiana […].

La grande cartiera di Coazze

Nel 1922 Luchino Sertorio, già proprietario della Cartiera Subalpina, acquisisce il Cartonificio di Coazze e ne migliora i sistemi di produzione, grazie all’introduzione di un impianto chimico per l’imbianchimento e alla meccanizzazione di alcune fasi di lavoro. Nello stesso tempo, accresce la produzione della pasta di legno destinata alla cartiera e riduce quella di cartone. Per velocizzare il trasporto del materiale dal cartonificio alla cartiera, separati da una strada, fa costruire tra i due stabilimenti una teleferica dotata di benne, che provvedono senza interruzione al trasferimento della pasta di legno che alimenta le due linee continue impiegate per la fabbricazione della carta. I tralicci, le funi e le benne, in continuo movimento, sono visibili da chi percorre la strada e diventano presto il segno tangibile dell’operosità e dell’ingegno locali, una sorta di campanile laico che testimonia l’importanza dell’industria di Valle e la laboriosità dei suoi abitanti. […]

Dalla grande depressione all'autarchia

Nei primi anni Trenta si fanno sentire anche in Italia gli effetti della grande depressione provocata dal crollo della Borsa di New York dell’ottobre 1929. Sembra però che le cartiere della Valle non ne siano particolarmente colpite, almeno sul versante occupazionale. Pochi anni dopo, nel 1936, lo stabilimento di Rodolfo Reguzzoni raggiunge un organico di 93 addetti, doppio rispetto a quello del 1927. Sempre nel 1936, la Cartiera Subalpina, che dal 1933 ha attuato un ampio programma di crescita della produzione e ammodernamento degli impianti, riconvertiti all’impiego dell’energia elettrica, dà lavoro a 300 persone.

Ciò nonostante, per le industrie della carta stanno per arrivare anni difficili. Le sanzioni adottate dalla Società delle Nazioni dopo l’invasione italiana dell’Etiopia rendono sempre più incerto l’approvvigionamento di materie prime. […]

Dalla guerra alla ricostruzione

Il problema della mancanza di materie prime si acuisce con l’entrata dell’Italia in guerra e diventa particolarmente grave dopo l’armistizio del settembre ‘43. […] Nel novembre del 1943, Rodolfo Reguzzoni deve comunicare al Prefetto di Torino che la sua cartiera è costretta a chiudere. Quando la guerra finisce, i segni della morte e dalla distruzione sono profondi. […] La Cartiera di Coazze – che, dopo la morte di Luchino Sertorio avvenuta nel 1939, è guidata dai figli – continua a indicare nel dicembre 1945 un organico di circa 400 dipendenti, ma i lavoratori impiegati sono molti meno […]. Nell’agosto del 1945, la Cartiera Reguzzoni dà lavoro a 33 persone: poco più di un quarto di quelle impiegate nel 1936.

È però forte, tra i valligiani, la volontà di andare avanti, ricostruire, uscire dall’incubo della povertà e della paura.[…] La Cartiera Subalpina Sertorio avvia un programma di ammodernamento e potenziamento delle sue capacità produttive […]. Nel 1951, […] l’azienda, con i suoi 467 addetti, è tornata ai livelli occupazionali del 1939. Anche la Cartiera Reguzzoni riprende le attività. Dal maggio 1947 […] occupa 79 addetti, più del doppio di quelli di due anni addietro.

UNO SPETTRO SI AGGIRA PER LA VALLE

Una comunità povera

[…]

Le prime organizzazioni operaie

[…]

Regolamenti di fabbrica e orari di lavoro

[…]

I salari

[…]

I bambini nelle fabbriche

[…]

Socialisti e lotte operaie in Valle

La presenza di un’organizzazione socialista in Val Sangone è attestata per la prima volta da due documenti dell’estate 1906. Si tratta, in entrambi i casi, di petizioni rivolte al sindaco Dario Fasella […].  Gli scioperi citati dagli estensori della seconda petizione sono verosimilmente quelli condotti dalle lavoratrici dello Iutificio Prever, iniziati nel 1906 e proseguiti a ‘singhiozzo’ per tutto l’anno successivo, fino ai primi mesi del 1908. Sono le cosiddette ‘sommosse operaie’ (così vengono definite in alcuni documenti dell’epoca) all’origine delle quali ci sono le rivendicazioni sintetizzate in una lettera che il consigliere Maurizio Guglielmino indirizza al Sindaco nel gennaio 1908 […].

Quelle del 1907/08 non sono però le prime manifestazioni di protesta messe in atto dai lavoratori della Valle. La Valsusa del 22 maggio 1901 riporta una notizia secondo la quale, sempre le operaie dello Iutificio Prever, nei giorni precedenti, erano entrate in sciopero per rivendicare aumenti salariali.

La formazione della Lega del lavoro

È il 1906 quando il giovane canonico Pio Rolla, appena arrivato a Giaveno, inizia a interessarsi ai problemi dei lavoratori. […] Nel 1907, gli operai organizzati da Pio Rolla giocano un ruolo importante nelle lunghe lotte di quell’anno. Sebbene se non se ne abbiano tracce documentali, la loro partecipazione è confermata dalla solidarietà espressa dalla Lega del lavoro di Torino verso i lavoratori giavenesi in sciopero […]

A febbraio 1910 gli operai iscritti alla Lega sono 90, con rappresentanze sia all’interno dello Iutificio Prever, sia nel Cotonificio Rolla. Il peso del sindacato sembra tuttavia andare oltre il numero degli aderenti ed è comunque tale da mettere in allarme alcuni industriali. […]

Lo scontro fra socialisti e cattolici

Fin dai primi anni del Novecento è dunque presente in Valle un sistema ‘plurale’ di rappresentanza operaia, al cui interno, accanto alle organizzazioni di ispirazione socialista, prendono forma e si via via si consolidano quelle del cattolicesimo popolare. Si tratta di una pluralità che, se trova un fattore di unità nella ferma e comune determinazione di dare voce e dignità alle classi popolari, è tuttavia segnata da differenze profonde e non facilmente colmabili, che discendono dai quadri ideologici ai quali socialisti e cattolici s’ispirano. Su queste differenze s’innestano ragioni di divisione che portano in poco tempo a uno scontro aperto […].

Gli scontri spesso aspri tra socialisti e cattolici non sembrano però frenare le lotte operaie in Valle. Nella primavera del 1913 entrano in sciopero le operaie della Tessitura Franchelli. Le cause dell’agitazione riguardano le retribuzioni orarie, che le operaie denunciano essere in alcuni casi inferiori a 60 centesimi; l’impiego di una ragazza con meno di 14 anni; l’assenza di un segnale d’inizio turno, con i conseguenti involontari ritardi da parte delle operaie e, soprattutto, il ricorso eccessivo, da parte dell’azienda, alle multe, che possono essere equivalenti a molte ore di lavoro. […]

Gli anni difficili della Grande Guerra

Dal 1914 le condizioni della Valle si fanno via via più gravose, soprattutto per i ceti popolari. […] Le tensioni indotte dalle difficoltà economiche si trasformano in rivolta popolare il 24 aprile 1915, quando “una folla di quattromila persone almeno si radunò strepitando e abbandonandosi al saccheggio delle panetterie […]”.

Pochi mesi dopo la ‘rivolta del pane’, nel novembre 1915, gli operai dello Iutificio Prever guidati dalla Lega del lavoro scendono in sciopero per rivendicare un aumento dei salari. Dopo un mese di mobilitazione i risultati ottenuti sono però modesti, anche per la scarsa unità dei lavoratori. […]

Le lotte del primo dopoguerra

Nel marzo del 1920, allo Iutificio Prever si apre una nuova vertenza per l’aumento delle paghe. La lotta è questa volta diretta dai socialisti, ma raccoglie anche l’adesione dei lavoratori iscritti alla Lega.[…] Il 17 luglio lo iutificio accetta un aumento del 35 per cento dei salari degli operai e una crescita più contenuta, differenziata a seconda delle mansioni svolte, delle retribuzioni spettanti alle operaie.

Nello stesso mese prende il via un’altra lunga vertenza, riguardante questa volta la Cartiera Reguzzoni.[…] L’azione di mediazione intrapresa dal Sindaco ha però successo e il 10 gennaio 1921 viene finalmente sottoscritto un accordo tra la proprietà e gli operai della Reguzzoni. L’azienda s’impegna ad adottare l’orario di otto ore, le tariffe indicate dal contratto nazionale e una retribuzione aumentata del 20 per cento per il lavoro straordinario e festivo. […]

La Valle si tinge di rosso

La crisi economica, che pesa soprattutto sui ceti popolari, e la crescita dei conflitti dentro e fuori le fabbriche sono tra i principali fattori che portano il Partito socialista – l’unica forza che si era battuta apertamente contro l’ingresso dell’Italia in guerra – al successo nelle elezioni politiche del novembre 1919. In Valle, la vittoria dei socialisti è schiacciante. A Giaveno, su 1.897 votanti, raccolgono la preferenza di 1.220 elettori (il 64,3 per cento). Fanno ancora meglio a Coazze, dove i consensi a loro favore sono 475, pari all’82,3 per cento dei 577 voti espressi. […]

Con le elezioni amministrative dell’ottobre 1920, i socialisti sono per la prima volta in grado di eleggere due loro rappresentanti – Ercole Romeo e Michele Dovis – alla carica di sindaco di Giaveno e Coazze. […] La nomina di Dovis e Romeo, che sarà l’ultimo sindaco giavenese eletto prima della Liberazione, sancisce la fine della lunga fase egemonica di un élite locale tendenzialmente chiusa, espressione delle illustri e antiche famiglie […].

La fine delle amministrazioni socialiste

Nonostante le iniziali dichiarazioni di reciproca collaborazione, nel nuovo Consiglio comunale giavenese si manifestano ben presto, tra la maggioranza socialista e la minoranza cattolica, gli elementi di frattura che condurranno nell’arco di pochi mesi a una situazione di aperto conflitto […].

Nei mesi successivi, lo scontro tra socialisti e cattolici cresce e assume connotazioni sempre più ideologiche. Nel febbraio 1922, il Sottoprefetto di Susa, con un telegramma, invita il Sindaco a evitare che in Consiglio comunale siano trattate questioni che non rientrano nelle competenze dell’assemblea cittadina […]. Il 30 ottobre 1922, il Prefetto di Torino scioglie il Consiglio comunale di Giaveno e nomina un commissario per la reggenza temporanea del comune.

I fascisti si affacciano in Valle

[…] La prima presenza delle camicie nere si registra soltanto il 26 ottobre 1922 – due giorni prima della ‘marcia su Roma’ – ed è da attribuirsi a un gruppo di fascisti provenienti da Torino che, dopo aver partecipato agli assalti ai circoli socialisti e ad altre organizzazioni operaie della Valle di Susa, arrivano a Giaveno dove saccheggiano e incendiano i locali della cooperativa La proletaria. […]

L'attacco alle organizzazioni cattoliche

Un anno dopo la presa del potere da parte di Mussolini, gli unici insormontabili ostacoli al successo dei fascisti in Valle rimangono il partito popolare e la fitta rete di organizzazioni sociali che fa capo a Pio Rolla.

La possibilità dei fascisti di colpire il canonico, erodere il consenso che ancora lo circonda e, non da ultimo, appropriarsi della Casa del popolo che egli aveva edificato nel 1911 per collocarvi la sede del fascio giavenese, si fa però concreta soltanto nel 1925. Il 2 ottobre di quell’anno, a seguito di una denuncia (che si rivelerà infondata), riguardante presunte irregolarità nell’amministrazione della Cooperativa di consumo, il Prefetto di Torino ordina un’inchiesta. Poco dopo scioglie il consiglio d’amministrazione e nomina un commissario straordinario per la gestione dell’ente. Pio Rolla è radiato dall’albo dei soci e l’uomo scelto dal Prefetto per guidare la Cooperativa è Luigi Romita, che nel 1928 sarà commissario prefettizio del comune di Giaveno e si distinguerà, in questa veste, per la sua fedeltà al regime. […]

LA FINE DELLA VALLE DELLA IUTA

Gli anni della ricostruzione

Nonostante la guerra del 1940-43 e i venti mesi della lotta di Liberazione nei quali la Valle, importante zona partigiana, è stata più volte oggetto di rastrellamenti e rappresaglie da parte di fascisti e nazisti, gli edifici e gli impianti delle industrie valsangonesi escono pressoché intatti dal secondo conflitto mondiale. […] Anche se i danni agli stabilimenti sono stati limitati, a causa dell’interruzione delle forniture di materie prime, della caduta della domanda di beni e, da ultimo, della lotta ingaggiata dalle formazioni partigiane contro i nazifascisti, l’attività industriale della Valle ha subito un vistoso ridimensionamento. […]

Particolarmente accentuata è la riduzione degli addetti agli iutifici, duramente colpiti dall’interruzione delle forniture di materia prima: ad agosto 1945 lo Iutificio Prever impiega 37 soli lavoratori, contro i 433 del 1934, e lavora fibre autarchiche sostitutive della iuta, mentre il De Fernex ha un organico ridotto a 33 persone, contro le 350 del 1934. […]

A pochi anni dalla fine del conflitto la situazione occupazionale e produttiva delle grandi industrie dalla Valle è molto migliorata: nel maggio 1947 la Manifattura di Giaveno impiega 455 addetti e dichiara una produzione mensile di oltre 62 tonnellate di filati e 60 metri lineari di tessuti, mentre la Cartiera Reguzzoni arriva a lavorare 1.300 quintali di carta ogni mese, con un organico salito a 79 unità. Nel 1951, la Cartiera Subalpina dà lavoro a 400 persone e lo Iutificio De Fernex a 233

La chiusura degli iutifici giavenesi

Di diverso segno è invece l’andamento dello Iutificio Prever. Uscito dal conflitto con un organico estremamente ridotto, nell’immediato dopoguerra accresce in misura molto limitata il numero degli addetti, che nel maggio del 1946 non superano la cinquantina […] Stando alle affermazioni del sindaco Pallard, la famiglia Prever, dopo la scomparsa nel 1922 del fondatore Francesco e la lunga lotta interna per il controllo dell’azienda, avrebbe adottato una strategia ‘recessiva’ nella gestione dello iutificio, finalizzata a massimizzare lo sfruttamento degli impianti e a contenere gli investimenti. Un approccio che, finita la guerra, avrebbe condotto l’azienda in uno stato di crisi irreversibile, accentuata – e forse accelerata – dalla progressiva riduzione della domanda di sacchi di iuta, e culminata con la definitiva chiusura degli stabilimenti nel giugno 1952.

La stessa sorte toccherà, tre anni dopo, allo Iutificio Moda, che nel frattempo aveva assunto la denominazione di Iutificio di Giaveno. Costretto prima alla riduzione della produzione e poi, negli ultimi mesi del 1940, alla chiusura per mancanza di materie prime, al termine della guerra lo Iutificio aveva riaperto i battenti con un organico ridotto, che era però via via cresciuto. Nel 1951 l’attività era ancora aumentata […]. Due anni dopo, nel 1955, la produzione era però cessata del tutto, lasciando a casa 70 lavoratori.

La fine della Valle della iuta

Il 3 febbraio 1965 La Stampa pubblica una notizia che solleva un’ondata di preoccupazione in Valle. “A Coazze si teme la chiusura del vecchio Iutificio De Fernex” […]. Lo stabilimento – termina il giornalista – impiega 148 operai, che lavorano già a orario ridotto, 21 ore settimanali.

[…] già alla metà degli anni Cinquanta il De Fernex era stato costretto a ridurre il personale. […] Nel 1965 arriva la scelta di vendere gli impianti e chiudere […]. Dieci giorni dopo il citato articolo de La Stampa del 3 febbraio 1965, il quotidiano torinese informa i lettori che, nel corso di un incontro con i sindaci di Coazze e Giaveno, Giuseppe Venco avrebbe annunciato la chiusura dello iutificio entro la fine del mese e il licenziamento dei 148 lavoratori ancora in organico.

I Sindaci […] si danno da fare per evitare la chiusura della fabbrica. […] Il 22 aprile, il sindaco di Coazze si rivolge ancor una volta al Prefetto per informarlo di aver ricevuto una delegazione dei lavoratori e sollecitare la convocazione di un incontro con l’azienda. Ma la situazione non si sblocca e nel successivo mese di luglio il De Fernex, l’ultimo iutificio attivo in Piemonte, chiude.

IL TRAMONTO DELLA FABBRICA DEL COTONE

La Manifattura in liquidazione

Il 18 maggio 1981, l’assemblea dei soci di Ceat, proprietaria della Manifattura di Giaveno, decide di mettere l’azienda in liquidazione. […]

Tre giorni dopo, il 22 maggio, l’assessore regionale Dino Sanlorenzo, nel corso di un dibattito sulle politiche economiche regionali, comunica al Consiglio regionale che la Ceatnon vuole più occuparsi della Manifattura di Giaveno perché ha difficoltà finanziarie per il consolidamento dei suoi deficit” e s’intravede “il pericolo che a Giaveno si passi dalla condizione di 500 occupati alla condizione di 500 disoccupati”. La Valle sta per perdere la sua industria più importante.

Crisi dei cotonifici europei e Ceat in difficotà

[…]

L'amministrazione straordinaria e la (vana) ricerca di un nuovo padrone

Nel febbraio 1983, la Ceat, che non era riuscita a risanare la pesante situazione debitoria, è posta in amministrazione straordinaria. Quattro mesi dopo la stessa sorte tocca alla Manifattura di Giaveno. […] Il 4 ottobre 1983, nel corso di un’assemblea alla quale partecipano, oltre a lavoratori, amministratori locali e sindacalisti, il commissario straordinario della Manifattura e dalla Ceat – Alessandro Braja – illustra la situazione dell’azienda giavenese. Poiché la ripresa della produzione appare ormai impossibile, la sola strada percorribile è quella che porta alla vendita degli impianti e alla cessione in locazione dello stabilimento. […]

Un anno dopo, la situazione della Manifattura non è migliorata. […] Lo stabilimento è ormai vuoto. Alcuni dipendenti hanno raggiunto l’età della pensione e altri – non molti, in verità – hanno trovato occupazione in altre aziende. 336 operai sono ancora in cassa integrazione. […] Il 21 marzo 1986, il commissario straordinario Alessandro Braja pubblica l’avviso di vendita degli immobili della Manifattura. I lavoratori ancora in cassa integrazione sono 320. […] nel novembre 1987, si ha notizia che altri due imprenditori hanno avviato trattative con il commissario Braja per l’acquisto dei capannoni. […] Passano altri quattro mesi e il sindaco Osvaldo Napoli avanza in Consiglio comunale la proposta di trasformare gli edifici dell’ex Manifattura in un polo integrato si sviluppo da destinare a più aziende. […] Si avviano le procedure per l’adeguamento dello stabilimento alla nuova destinazione d’uso e, il 3 febbraio 1989, il commissario Braja comunica che, concluso l’iter di frazionamento dello stabilimento, due aziende avvieranno le loro attività nei capannoni dell’ex manifattura. […] Al momento dell’avvio dell’attività delle due aziende, i dipendenti dell’ex Manifattura rimasti in cassa integrazione sono ancora circa 200. Una condizione che si prolungherà per altri due anni.

IL DECLINO DELLE CARTIERE

Dai Sertorio alla Fabocart

Nove mesi dopo l’annuncio che la Manifattura di Giaveno sarebbe stata messa in liquidazione, arriva la notizia della chiusura dell’altra grande fabbrica della Valle: la Cartiera di Coazze. È l’11 febbraio 1982 quando, nel corso di un incontro con i vertici di Fabocart, proprietaria della cartiera, i sindacati vengono informati della decisione di chiudere lo stabilimento e avviare le procedure di licenziamento dei 332 lavoratori in esso occupati.

La chiusura e la mancata ristrutturazione

Dopo soli quindici giorni l’azienda cambia però idea. In un incontro al Ministero del lavoro, l’amministratore delegato e il capo del personale sottoscrivono un accordo che prevede il ritiro dei licenziamenti e la cassa integrazione per 295 dipendenti. Nello stesso tempo, Cir s’impegna a presentare entro venti giorni un piano di ristrutturazione per lo stabilimento di Coazze. […] La produzione però non riprende e il 29 settembre 1982 l’assemblea dei soci di Fabocart chiede l’amministrazione controllata per gli stabilimenti di Coazze, Serravalle, Valtellina e Arbatax.

Una fugace speranza

Un anno dopo, il 27 settembre 1983, il nuovo amministratore delegato di Cir, Guido Massa, in visita allo stabilimento di Coazze, annuncia la ripresa dell’attività, prevista per il successivo 24 ottobre. Lavoreranno in alternanza le due linee continue per la produzione di carta patinata e antispappolo. Dal 3 ottobre è richiamato in fabbrica tutto il personale di manutenzione necessario per verificare le condizioni degli impianti. Il 24 ottobre 124 lavoratori, a rotazione, rientrano effettivamente in fabbrica. […] Nel frattempo, prende corpo la notizia che una ‘cordata’ d’imprenditori inglesi e svizzeri sarebbe interessata ad acquistare tutte le cartiere Fabocart. […]

Le garanzie alla base dell’accordo non dovevano però essere granitiche, dal momento che il 31 marzo 1985 il Tribunale di Monza non omologa la proposta di concordato e pone l’azienda in amministrazione straordinaria. Il successivo 5 aprile la direzione aziendale ferma la produzione e pone tutto il personale dello stabilimento di Coazze in cassa integrazione. […]

La cartiera rimane inattiva

Nel luglio 1987 Giovanni Battista Valle, già dirigente Cir e titolare della Cartiera Italiana, presenta un piano per la ripersa delle attività a Coazze che prevede l’ammodernamento degli impianti, l’avvio della produzione di carta patinata per usi grafici entro tre anni e il progressivo riassorbimento dei 146 lavoratori ancora in cassa integrazione. L’investimento richiesto è stimato in 14 miliardi, da finanziarsi con contributi ancora da reperire. A fine ottobre, il commissario Mario Lupo valuta le offerte pervenute a seguito della gara per la cessione delle cartiere Fabocart. Lo stabilimento di Coazze è assegnato alla Cartiera Italiana di Valle. La situazione però non si sblocca e nell’ottobre 1991, in Regione, è siglato un nuovo accordo con la Cartiera Italiana, in forza del quale la produzione di una delle linee continue dovrà essere avviata entro il febbraio successivo, contestualmente al riassorbimento di tutti i lavoratori ancora in cassa integrazione. L’accordo non sortisce però gli effetti previsti. […]

L’11 dicembre 1992 nulla è ancora cambiato e si tiene l’ennesimo incontro al Ministero del lavoro nel quale l’azienda s’impegna nuovamente a presentare un piano di ristrutturazione e ad anticipare la cassa integrazione ai lavoratori non ancora rientrati in fabbrica. Ciò nonostante, negli anni successivi, la Cartiera continua a rimanere inattiva. […]

L’attenzione verso la vecchia fabbrica dei Sertorio, che nel frattempo Cartiera Italina ha ceduto a una nuova proprietà, si riaccende nei primi mesi del 2009, quando arriva la richiesta di un’azienda – la Italref – di avviare “un impianto per il trattamento, la selezione e lo stoccaggio di rifiuti di plastica, vetro, carta, legno, metalli, gomma, pneumatici”. […] L’impianto per il trattamento dei rifiuti non si fa e l’ex cartiera rimane un luogo silenzioso e senza vita.

UNA NUOVA ECONOMIA LOCALE

La Reguzzoni rimane sola

La chiusura della Manifattura di Giaveno e la cessazione delle attività da parte della Cartiera di Coazze segnano una tappa decisiva della lunga fase di deindustrializzazione della Valle. A metà degli anni Ottanta, delle grandi aziende che per più di un secolo avevano retto l’economia valligiana, solo la Cartiera Reguzzoni è ancora attiva. […]

Negli anni Ottanta inizia un periodo difficilissimo per l’industria cartaria. […] Nonostante l’impegno profuso, sia sul versante commerciale che su quello dell’innovazione dei processi di fabbricazione, la Reguzzoni si deve arrendere. Si avvia lungo la strada della progressiva riduzione della produzione e infine, nel 2014, quando il suo organico è ormai notevolmente ridotto, cessa definitivamente le attività.    

La chiusura della Reguzzoni è l’ultimo atto della storia industriale della Val Sangone. 

La 'nuova' Valle

Nella seconda parte dell’Ottocento la Valle aveva dovuto adattarsi alle grandi trasformazioni indotte dall’industrializzazione. Un secolo dopo è chiamata ad affrontare un’altra sfida, non meno insidiosa e difficile della prima: quella imposta della perdita delle sue aziende più importanti. Ancora una volta si tratta di una sfida epocale, che investe non soltanto la sua economia. Con essa cambierà l’intero tessuto sociale della Valle, che dovrà fare i conti con il definitivo declino della sua identità industriale. Per la seconda volta nell’arco di un secolo, la Val Sangone deve immaginare e costruire un nuovo futuro. […]

La sfida condotta a partire dall’ultimo quarto del secolo scorso è stata vinta. Lo testimonia l’andamento demografico della Valle, che ha fatto registrare, dagli anni Ottanta, dopo un cinquantennio di sostanziale stasi, un forte incremento.[…] Nell’affrontare questi cambiamenti, la ‘nuova’ Valle ha però dovuto pagare dei prezzi. Il primo è quello che discende dall’antropizzazione del fondovalle che, mentre ha condotto alla compromissione di vaste aree prima dedicate all’agricoltura, ha accelerato il processo di ‘scivolamento’ della popolazione verso i centri principali, condannando all’abbandono le aree di alta montagna costellate da decine di borgate oggi disabitate. […] Il secondo prezzo pagato è relativo dalla perdita dei fattori di specificità – e quindi degli elementi d’identità – che avevano par lungo tempo contraddistinto la Valle.

Pietra d'inciampo

Ancora oggi, percorrendo le strade della Valle, non è difficile imbattersi negli edifici che per oltre un secolo hanno ospitato le sue fabbriche del cotone, della iuta e della carta. Pochissimi sono stati demoliti […], altri sono stati trasformati. […]

I ‘nuovi’ valligiani, arrivati a Giaveno, a Coazze e a Valgioie nel corso degli ultimi quarant’anni, non possono ricordare il ‘secolo industriale’ che ha segnato la loro terra d’adozione. Gli altri, figli o nipoti di coloro che tale secolo l’hanno vissuto, e i pochi rimasti che ne hanno avuta un’esperienza diretta, se non sono interpellati, raramente raccontano degli anni delle fabbriche. Sembra che una storia di così grande importanza per la Valle giaccia dimenticata in un cono d’ombra della memoria collettiva. Vittima della riservatezza montanara. Relegata forse dal ricordo delle sofferenze patite negli ultimi anni di quella stagione, quando un mondo che sembrava immutabile si è disfatto, lasciando tutti nell’angoscia dell’incertezza.[…]

È forse arrivato il tempo di prestare a questa storia – e alle grandi trasformazioni ambientali, economiche, demografiche, sociali e culturali che essa, nel bene e nel male, ha generato – l’attenzione che merita. Sapendo che sono state anche queste trasformazioni a modellare la realtà di oggi.